La
verità sul bébé-gabbiano
Teniamo a ricordare che la nostra
querela non è stata dettata da una volontà di censura, ma
dall’intenzione di richiamare l’attenzione su un abuso
eclatante, visto il rifiuto di dialogare dei responsabili del
Kunstmuseum. La vista dei cadaveri umani esposti nei musei di anatomia
o di archeologia non ci disturba, poiché la loro esposizione
è un sacrificio concesso allo sviluppo di una scienza
indispensabile al benessere dei viventi. Quando invece un museo di
“Belle Arti”, con il pretesto di fare
dell’”arte”, si mette a distruggere e torturare la
materia umana, a giocare con il cadavere di un essere umano per
mostrarlo altro che in realtà, ci sentiamo in diritto di porci
delle domande.
Nel Bund del 09.08, il
direttore del museo, sig. Matthias Frehner, riconosce che in una tale
esposizione non c’è posto per un feto.
Nella misura in cui il feto del
Kunstmuseum - che come riconosciuto dall’artista Xiao Yu si
trovava oltre la 22.ma settimana di sviluppo – ha respirato fuori
dal grembo materno, esso dev’essere considerato come essere
vivente ai termini di legge e ha dunque diritto alla pace dei defunti.
Nel catalogo della Biennale di Venezia, la conservatrice del museo di
Shanghai, prof. Monica Dematté, qualifica il
bébé-gabbiano come “feto prematuro”. Per
quanto ci concerne, l'umanità di questa bimba non è
più da dimostrare.
Dopo essere passati per tutte le
fasi del diniego e della cattiva fede, i responsabili del Kunstmuseum
hanno dato inizio ad una campagna a nostro discredito, per non doverci
ascoltare né tantomeno sentire. Dall’accusa di militanza
fondamentalista di stampo terrorista islamico a quella di affabulatore
“diffamante”, è stato provato tutto. Questa campagna
è stata tra l’altro ampiamente ripresa dai media del
gruppo Ringier, di cui il proprietario della collezione, sig. Uli Sigg,
è vicepresidente.
Adrien de Riedmatten